Oggi durante l'ora di economia politica abbiamo letto le pagine relative alle imprese marginali, inframarginali, extramarginali e sull'equilibrio dell'impresa monopolista.
Di seguito vi riassumo tali argomenti che sono stati letti ed esposti.
IMPRESE MARGINALI, INFRAMARGINALI ED EXTRAMARGINALI
Se il prezzo del bene di un mercato di concorrenza perfetta è un dato fisso per le imprese, non è così per i costi di produzione. Possiamo dire che ciascuna impresa ha le proprie curve dei costi e ciò condiziona notevolmente la possibilità di conseguire profitti sul mercato.
E' importante al riguardo confrontare il valore del prezzo con il punto di fuga dell'impresa dove il costo unitario medio è al suo livello più basso.
Le imprese il cui punto di fuga coincide con il prezzo realizzano l'ottimo tecnico ma non conseguono alcun extraprofitto: vengono dette per questo imprese marginali, poiché operano al limite delle possibilità offerte dal mercato.
Ogni diminuzione del prezzo, anche minima, renderebbe i costi superiori ai ricavi e costringerebbe l'impresa a uscire dal mercato. La possibilità per l'impresa mrginale di continuare a esistere deriva dal fatto che il profitto normale dell'imprenditore è assicurato, poiché come sapiamo, esso è ricompreso nei costi di produzione.
Le imprese che hanno il loro punto di figa al di sopra della linea del prezzo sono dette extra arginali e teoricamente non avrebbero alcuna ragione di esistere, se non per brevi periodi. Tali imprese sono infatti destinate a produrre in perdita, poiché a qualunque livello di produzione il costo supera il ricavo.
Le imprese che hanno il loro punto di fuga al di sotto della linea del prezzo sono al contrario definite inframarginali e sono le sole che conseguono un extraprofitto dalla prooduzione.
Nel regime di monopolio una sola impresa è l'unica venditrice di un bene o servizio per il quale non esistono surrogati.
E' condizione fondamentale del regime di monopolio quella della non facile sostituibilità del bene. Se il consumatore potesse infatti sostituire il prodotto del monopolista con altri beni similari, il potere dell'impresa risulterebbe fortemente ridimensionato.
L'impresa monopolista, a differenza di quella concorrenziale pura, non è costretta ad accettare il prezzo così come si determina sul mercato, ma può essa stessa stabilirlo.
Viene detta per questo impresa price maker ("fa il prezzo").
Tuttavia, il potere del monopolista non giunge al punto di sovvertire la legge della domanda secondo la quale, come sappiamo, la quantità richiesta è in funzione inversa rispetto al prezzo.
L'impressa ha davanti a sé due alternative: fissare il prezzo del bene, in tal caso la quantità della domanda sarà stabilita dai consumatori; oppure determinare la quantità della produzione, accettando allora il prezzo di vendita imposto dagli acquirenti. Il monopolista non può dunque controllare contemporaneamente il prezzo e la quantità.
La curva della domanda ha perciò in questo mercato il suo solito andamento decrescente ed essa corrisponde al valore del ricavo medio (Rt/Q), cioè del prezzo.
Il persistere della legge della domanda all'interno del mercato di monopolio spiega perché il ricavo marginale per il monopolista abbia un valore più basso rispetto al ricavo unitario medio. Se infatti l'impresa vuole aumentare il volume della produzione deve necessariamente ridurre il prezzo del bene.
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lunedì 26 marzo 2012
martedì 13 marzo 2012
La concorrenza perfetta, i mercati contendibili e il monopolio assoluto
Oggi durante l'ora di economia politica abbiamo letto le pagine relative alla concorrenza perfetta, i mercati contendibii e il monopolio assoluto.
Di seguito vi riassumo tali argomenti che sono stati letti ed esposti.
LA CONCORRENZA PERFETTA
Le condizioni richieste perché si abbia questa forma di mercato sono numerose e difficilmente verificabili nel loro insieme contemporaneamente.
LE CARATTERISTICHE DELLA CONCORRENZA PERFETTA
Sia la domanda che l'offerta devono essere suddivise in un numero elevatissimo di soggetti economici, ciascuno di dimensioni così ridotte da non poter influenzare in alcun modo il mercato (si parla a proposito di atomizzazione o polverizzazione della domanda e dell'offerta).
In pratica, la quantità domanda e la quantità offerta da ciascun soggetto è così bassa da non incidere minimamente sulle curve della domanda e dell'offerta, il cui andamento resterebbe esattamente lo stesso anche senza il contributo di quel determinato soggetto.
Non devono inoltre sussistere ostacoli di alcun genere all'ingresso di nuovi operatori economici sul mercato.
Il mercato di concorrenza perfetta deve avere poi un grado elevatissimo di trasparenza delle informazioni, cosicché ogni operatore deve essere in grado di conoscere immediatamente le condizioni dell'offerta e della domanda.
Si tratta di un presupposto fondamentale. Se il consumatore infatti non potesse confrontare la qualità e il prezzo dei prodotti offerti non potrebbe compiere le scelte più convenienti e ciò finirebbe per alternare il gioco della concorrenza tra le imprese e quindi il meccanismo automatico di mercato. Non l'impresa più capace finirebbe per prevalere, ma quella più visibile.
I MERCATI CONTENDIBILI
Gli effetti benefici della concorrenza perfetta si realizzano tuttavia anche in essenza dei requisiti richiesti dalla forma di mercato, purché sussistano le condizioni del cosiddetto mercato contendibile.
Un mercato contendibile è caratterizzato da una perfetta accessibilità per l'assenza di barriere all'entrata e all'uscita.
In particolare il mercato contendibile presuppone che:
- Non esistano costi irrecuperabili (costi affondati, sunk costs): l'impresa che esce dal mercato deve essere in grado di recuperare il valore residuo degli investimenti effettuati;
- Sia possibile una veloce entrata e uscita anche per poco tempo (cosiddette scorrerie competitive o politica del mordi e fuggi, hit-and-run).
In presenza di siffatte condizioni contendibilità, l'impresa anche di grandi dimensioni e con possibilità di imporre i propri prezzi, preoccupata della concorrenza potenziale rappresentata dall'incombente minaccia dell'entrata sul mercato di altre imprese, fisserà il prezzo della propria merce ai livelli della concorrenza perfetta.
Se, infatti, approfittando del suo momentaneo potere contrattuale, l'impresa stabilisse un prezzo più alto, nuovi concorrenti potrebbero affacciarsi sul mercato praticando prezzi più bassi e quindi conquistando il mercato, per poi uscirne, senza costi aggiuntivi, una volta cessata l'occasione di profitto.
Il mercato contendibile quindi può impedire alle imprese esistenti lo sfruttamento del proprio potere di mercato anche al di fuori del regime di concorrenza perfetta.
La teoria dei mercati contendibili è alla base delle politiche di deregolamentazione attuate, soprattutto negli Stati Uniti, negli ultimi anni. Un settore dove si registra frequentemente la presenza del mercato contendibile è quello agricolo.
IL MONOPOLIO ASSOLUTO
Un'altra forma di mercato pura, raramente presente nella realtà economica, è il monopolio assoluto caratterizzato dalla presenza di una sola grande impresa in grado di influire sulle condizioni di mercato e di determinare il prezzo della merce.
Per avere monopolio assoluto occorre non solo che l'offerta sia concentrata tutta in una sola impresa, ma anche che non sia data in alcun modo la possibilità ad altre imprese di entrare nel mercato. La domanda è suddivisa tra un numero elevato di soggetti tra di loro concorrenti e indipendenti.
Il bene offerto, inoltre, deve essere unico e senza surrogati, giacché la possibilità di sostituire il bene in monopolio con altri beni simili, ridurrebbe notevolmente il potere dell'impresa. Come si può intuire, anche questa forma di mercato presenta scarse possibilità di applicazione pratica e, al pari della concorrenza perfetta, appare come un modello puramente teorico.
LE CARATTERISTICHE DEL MONOPOLIO ASSOLUTO
- Occorre anche che nessuna altra impresa possa entrare nel mercato.
- Il bene offerto è unico e non esistono surrogati.
- Il monopolista può influire sulle condizioni di mercato e stabilire il prezzo di vendita della merce.
I VARI TIPI DI MONOPOLIO
Il monopolio può essere originato dalla proprietà esclusiva di una determinata risorsa, ad esempio della sorgente di una particolare acqua minerale effervescente (monopolio naturale) oppure dalla titolarità di un brevetto o di una concessione amministrativa in esclusiva (monopolio legale), oppure essere l'esito finale della concorrenza tra imprese che ha portato all'affermarsi di un'unica azienda i cui enormi volumi di produzione raggiunti permettono di trarre vantaggio dalle economie di scala a tal punto da produrre a costi insostenibili per ogni altra impresa concorrente (monopolio di fatto).
IL MONOPOLIO PRIVATO E PUBBLICO
Si usa distinguere tra monopolio privato, in cui l'unica impresa produttrice è privata, e monopolio pubblico, quando è lo Stato ad assumere il ruolo di monopolista.
Il monopolio pubblico può essere di due tipi
- Fiscale; lo Stato si riserva in esclusiva la produzione di un bene o di un servizio allo scopo di realizzare un'entrata fiscale imponendo tariffe assai superiori rispetto ai costi di produzione (come accade, ad esempio, con le lotterie nazionali o la vendita del tabacco);
- Sociale; ha lo scopo di assicurare alla popolazione beni e servizi ritenuti di primaria importanza (ad esempio, energia elettrica, acqua, telefoni) a prezzi e condizioni favorevoli, sottraendoli al potere contrattuale dei privati; in tal caso lo Stato produce a tariffe inferiori rispetto ai costi di produzione, coprendo le perdite con il prelievo fiscale.
Di seguito vi riassumo tali argomenti che sono stati letti ed esposti.
LA CONCORRENZA PERFETTA
Le condizioni richieste perché si abbia questa forma di mercato sono numerose e difficilmente verificabili nel loro insieme contemporaneamente.
LE CARATTERISTICHE DELLA CONCORRENZA PERFETTA
Sia la domanda che l'offerta devono essere suddivise in un numero elevatissimo di soggetti economici, ciascuno di dimensioni così ridotte da non poter influenzare in alcun modo il mercato (si parla a proposito di atomizzazione o polverizzazione della domanda e dell'offerta).
In pratica, la quantità domanda e la quantità offerta da ciascun soggetto è così bassa da non incidere minimamente sulle curve della domanda e dell'offerta, il cui andamento resterebbe esattamente lo stesso anche senza il contributo di quel determinato soggetto.
Non devono inoltre sussistere ostacoli di alcun genere all'ingresso di nuovi operatori economici sul mercato.
Il mercato di concorrenza perfetta deve avere poi un grado elevatissimo di trasparenza delle informazioni, cosicché ogni operatore deve essere in grado di conoscere immediatamente le condizioni dell'offerta e della domanda.
Si tratta di un presupposto fondamentale. Se il consumatore infatti non potesse confrontare la qualità e il prezzo dei prodotti offerti non potrebbe compiere le scelte più convenienti e ciò finirebbe per alternare il gioco della concorrenza tra le imprese e quindi il meccanismo automatico di mercato. Non l'impresa più capace finirebbe per prevalere, ma quella più visibile.
I MERCATI CONTENDIBILI
Gli effetti benefici della concorrenza perfetta si realizzano tuttavia anche in essenza dei requisiti richiesti dalla forma di mercato, purché sussistano le condizioni del cosiddetto mercato contendibile.
Un mercato contendibile è caratterizzato da una perfetta accessibilità per l'assenza di barriere all'entrata e all'uscita.
In particolare il mercato contendibile presuppone che:
- Non esistano costi irrecuperabili (costi affondati, sunk costs): l'impresa che esce dal mercato deve essere in grado di recuperare il valore residuo degli investimenti effettuati;
- Sia possibile una veloce entrata e uscita anche per poco tempo (cosiddette scorrerie competitive o politica del mordi e fuggi, hit-and-run).
In presenza di siffatte condizioni contendibilità, l'impresa anche di grandi dimensioni e con possibilità di imporre i propri prezzi, preoccupata della concorrenza potenziale rappresentata dall'incombente minaccia dell'entrata sul mercato di altre imprese, fisserà il prezzo della propria merce ai livelli della concorrenza perfetta.
Se, infatti, approfittando del suo momentaneo potere contrattuale, l'impresa stabilisse un prezzo più alto, nuovi concorrenti potrebbero affacciarsi sul mercato praticando prezzi più bassi e quindi conquistando il mercato, per poi uscirne, senza costi aggiuntivi, una volta cessata l'occasione di profitto.
Il mercato contendibile quindi può impedire alle imprese esistenti lo sfruttamento del proprio potere di mercato anche al di fuori del regime di concorrenza perfetta.
La teoria dei mercati contendibili è alla base delle politiche di deregolamentazione attuate, soprattutto negli Stati Uniti, negli ultimi anni. Un settore dove si registra frequentemente la presenza del mercato contendibile è quello agricolo.
IL MONOPOLIO ASSOLUTO
Un'altra forma di mercato pura, raramente presente nella realtà economica, è il monopolio assoluto caratterizzato dalla presenza di una sola grande impresa in grado di influire sulle condizioni di mercato e di determinare il prezzo della merce.
Per avere monopolio assoluto occorre non solo che l'offerta sia concentrata tutta in una sola impresa, ma anche che non sia data in alcun modo la possibilità ad altre imprese di entrare nel mercato. La domanda è suddivisa tra un numero elevato di soggetti tra di loro concorrenti e indipendenti.
Il bene offerto, inoltre, deve essere unico e senza surrogati, giacché la possibilità di sostituire il bene in monopolio con altri beni simili, ridurrebbe notevolmente il potere dell'impresa. Come si può intuire, anche questa forma di mercato presenta scarse possibilità di applicazione pratica e, al pari della concorrenza perfetta, appare come un modello puramente teorico.
LE CARATTERISTICHE DEL MONOPOLIO ASSOLUTO
- Occorre anche che nessuna altra impresa possa entrare nel mercato.
- Il bene offerto è unico e non esistono surrogati.
- Il monopolista può influire sulle condizioni di mercato e stabilire il prezzo di vendita della merce.
I VARI TIPI DI MONOPOLIO
Il monopolio può essere originato dalla proprietà esclusiva di una determinata risorsa, ad esempio della sorgente di una particolare acqua minerale effervescente (monopolio naturale) oppure dalla titolarità di un brevetto o di una concessione amministrativa in esclusiva (monopolio legale), oppure essere l'esito finale della concorrenza tra imprese che ha portato all'affermarsi di un'unica azienda i cui enormi volumi di produzione raggiunti permettono di trarre vantaggio dalle economie di scala a tal punto da produrre a costi insostenibili per ogni altra impresa concorrente (monopolio di fatto).
IL MONOPOLIO PRIVATO E PUBBLICO
Si usa distinguere tra monopolio privato, in cui l'unica impresa produttrice è privata, e monopolio pubblico, quando è lo Stato ad assumere il ruolo di monopolista.
Il monopolio pubblico può essere di due tipi
- Fiscale; lo Stato si riserva in esclusiva la produzione di un bene o di un servizio allo scopo di realizzare un'entrata fiscale imponendo tariffe assai superiori rispetto ai costi di produzione (come accade, ad esempio, con le lotterie nazionali o la vendita del tabacco);
- Sociale; ha lo scopo di assicurare alla popolazione beni e servizi ritenuti di primaria importanza (ad esempio, energia elettrica, acqua, telefoni) a prezzi e condizioni favorevoli, sottraendoli al potere contrattuale dei privati; in tal caso lo Stato produce a tariffe inferiori rispetto ai costi di produzione, coprendo le perdite con il prelievo fiscale.
martedì 6 marzo 2012
La nozione di mercato, la domanda e l'offerta di mercato
Oggi durante l'ora di economia politica abbiamo letto le pagine relative alla nozione di mercato, alla domanda e all'offerta di mercato.
LA NOZIONE DI MERCATO
Dobbiamo considerare che il consumatore e l'impresa non vivono isolati e su piani distinti, ma operano all'interno della stessa realtà economica e sono destinati necessariamente a incontrarsi e a influenzarsi.
I consumatori costituiscono la domanda, mentre le imprese rappresentano l'offerta e il loro incontro da vita al mercato.
L'incontro tra coloro che domandano e coloro che offrono beni e servizi, dove si formano i prezzi e avvengono gli scambi è detto mercato.
Nella teoria economica il mercato non si identifica necessariamente con un luogo geografico, uno spazio fisico (ad esempio una piazza o un edificio pubblico), come è invece generalmente inteso nel linguaggio comune. Esso è, piuttosto, l'insieme delle contrattazioni relative a un determinato bene o servizio che può avvenire anche tra soggetti distanti da loro, per mezzo, ad esempio, del telefono o di un computer.
Esiste un mercato per ogni bene o servizio: c'è, ad esempio, il mercato del petrolio, dell'oro, delle auto usate, dei computer, delle assicurazioni, del caffè, etc.
In base al tipo di bene scambiato si distingue il mercato dei prodotti, il mercato del lavoro e il mercato dei capitali.
A seconda poi che le contrattazioni avvengano tra consumatori e imprese o tra imprese, e quindi in relazione alle quantità scambiate, si distingue rispettivamente tra mercato al dettaglio e mercato all'ingrosso.
In base all'apertura del mercato agli operatori economici di altri Paesi, si distingue tra mercato aperto e mercato chiuso.
In relazione alla dimensione del mercato, cioè alla sua estensione geografica di riferimento, si distingue ancora tra mercato locale, nazionale, europeo, internazionale, sebbene questa ultima classificazione abbia perso gran parte della sua importanza con l'avvento della new economy.
LA DOMANDA E L'OFFERTA DI MERCATO
La domanda e l'offerta di mercato non sono quelle individuali che, come sappiamo, si riferiscono al singolo consumatore e al singolo imprenditore, ma quelle collettive o aggregate, risultato della somma delle domande e delle offerte individuali.
Conviene precisare questi concetti.
La domanda individuale è la quantità di un bene o servizio che un soggetto è disposto ad acquistare a un determinato prezzo in un determinato momento.
La domanda collettiva (o di mercato) risulta dalla somma delle domande individuali nell'ambito di un determinato mercato.
L''offerta individuale è la quantità di un bene o servizio che la singola impresa è disposta a vendere a un determinato prezzo in un determinato momento.
L'offerta collettiva (o di mercato) risulta dalla somma delle offerte individuali nell'ambito di un determinato mercato.
Ricorderemo che in base alle leggi della domanda e dell'offerta, le variazioni del prezzo determinano mutamenti direttamente e inversamente proporzionali rispettivamente alla quantità offerta e di quella domandata.
Queste stesse leggi trovano applicazione anche per la domanda e l'offerta collettiva trattandosi, come abbiamo detto, di grandezze aggregate. Pertanto, possiamo rappresentare graficamente la domanda e l'offerta di mercato con le due curve a noi note.
La reattività della domanda e dell'offerta di mercato alle variazioni del prezzo è indicata dal coefficiente di elasticità dato dal rapporto tra la variazione della quantità e la variazione del prezzo.
La domanda e l'offerta si dicono elastiche quando la reattività è elevata per cui la misura della variazione è superiore a quella subita dal prezzo. Al contrario, sono dette rigide quando le variazioni sono modeste anche a fronte di sensibili variazioni di prezzo.
LA NOZIONE DI MERCATO
Dobbiamo considerare che il consumatore e l'impresa non vivono isolati e su piani distinti, ma operano all'interno della stessa realtà economica e sono destinati necessariamente a incontrarsi e a influenzarsi.
I consumatori costituiscono la domanda, mentre le imprese rappresentano l'offerta e il loro incontro da vita al mercato.
L'incontro tra coloro che domandano e coloro che offrono beni e servizi, dove si formano i prezzi e avvengono gli scambi è detto mercato.
Nella teoria economica il mercato non si identifica necessariamente con un luogo geografico, uno spazio fisico (ad esempio una piazza o un edificio pubblico), come è invece generalmente inteso nel linguaggio comune. Esso è, piuttosto, l'insieme delle contrattazioni relative a un determinato bene o servizio che può avvenire anche tra soggetti distanti da loro, per mezzo, ad esempio, del telefono o di un computer.
Esiste un mercato per ogni bene o servizio: c'è, ad esempio, il mercato del petrolio, dell'oro, delle auto usate, dei computer, delle assicurazioni, del caffè, etc.
In base al tipo di bene scambiato si distingue il mercato dei prodotti, il mercato del lavoro e il mercato dei capitali.
A seconda poi che le contrattazioni avvengano tra consumatori e imprese o tra imprese, e quindi in relazione alle quantità scambiate, si distingue rispettivamente tra mercato al dettaglio e mercato all'ingrosso.
In base all'apertura del mercato agli operatori economici di altri Paesi, si distingue tra mercato aperto e mercato chiuso.
In relazione alla dimensione del mercato, cioè alla sua estensione geografica di riferimento, si distingue ancora tra mercato locale, nazionale, europeo, internazionale, sebbene questa ultima classificazione abbia perso gran parte della sua importanza con l'avvento della new economy.
LA DOMANDA E L'OFFERTA DI MERCATO
La domanda e l'offerta di mercato non sono quelle individuali che, come sappiamo, si riferiscono al singolo consumatore e al singolo imprenditore, ma quelle collettive o aggregate, risultato della somma delle domande e delle offerte individuali.
Conviene precisare questi concetti.
La domanda individuale è la quantità di un bene o servizio che un soggetto è disposto ad acquistare a un determinato prezzo in un determinato momento.
La domanda collettiva (o di mercato) risulta dalla somma delle domande individuali nell'ambito di un determinato mercato.
L''offerta individuale è la quantità di un bene o servizio che la singola impresa è disposta a vendere a un determinato prezzo in un determinato momento.
L'offerta collettiva (o di mercato) risulta dalla somma delle offerte individuali nell'ambito di un determinato mercato.
Ricorderemo che in base alle leggi della domanda e dell'offerta, le variazioni del prezzo determinano mutamenti direttamente e inversamente proporzionali rispettivamente alla quantità offerta e di quella domandata.
Queste stesse leggi trovano applicazione anche per la domanda e l'offerta collettiva trattandosi, come abbiamo detto, di grandezze aggregate. Pertanto, possiamo rappresentare graficamente la domanda e l'offerta di mercato con le due curve a noi note.
La reattività della domanda e dell'offerta di mercato alle variazioni del prezzo è indicata dal coefficiente di elasticità dato dal rapporto tra la variazione della quantità e la variazione del prezzo.
La domanda e l'offerta si dicono elastiche quando la reattività è elevata per cui la misura della variazione è superiore a quella subita dal prezzo. Al contrario, sono dette rigide quando le variazioni sono modeste anche a fronte di sensibili variazioni di prezzo.
martedì 21 febbraio 2012
Il costo fisso, variabile, medio, marginale e totale
Oggi durante l'ora di economia politica abbiamo letto le pagine relative al costo fisso, variabile, medio, marginale e totale.
Vi riassumo brevemente ciò che abbiamo letto, spiegandovi i concetti del costo fisso, variabile, medio, marginale e totale.
I costi fissi sono quelli che non variano al variare della quantità prodotta.
Sono tali, ad esempio, i costi per l'assicurazione, i canoni di affitto, gli interessi pagati alle banche per i finanziamenti concessi, le quote di ammortamento dei macchinari, etc.
I costi variabili variano in funzione della quantità prodotta.
Sono variabili i costi per le materie prime, per l'energia, per la manodopera, etc.
Pensiamo ai costi che deve sopportare l'impresa produttrice di gelati per i coni, lo zucchero, l'energia elettrica: essi dipendono direttamente dalla quantità di gelati prodotti. Tuttavia, le spese per l'acquisto di questi fattori produttivi non aumentano in maniera uniforme. Quando la produzione è pari a zero essi sono nulli. Nella fase iniziale della produzione aumentano piuttosto lentamente, con incrementi meno che proporzionali, quindi sempre più rapidamente, sino al punto di subire incrementi elevatissimi anche al minimo aumento produttivo.
Il costo unitario medio o costo medio è dato dal rapporto tra il costo totale e la quantità prodotta.
Le variazioni del valore del costo medio, all'aumentare della produzione, sono influenzate sia dalla componente dei costi fissi, sia da quella dei costi variabili.
Il costo medio ha un andamento piuttosto regolare che segue l'aumento di produzione: dapprima diminuisce decisamente, per effetto della ripartizione dei costi fissi su un maggior numero di prodotti e delle economie interne; quindi, a partire dal livello produttivo in cui cessano gli effetti benefici delle economie interne, le diminuzioni si fanno più modeste, fino a un punto minimo in corrispondenza del quale il costo medio comincia a crescere. L'inversione di andamento si spiega con il fatto che le diminuzioni sul costo per unità di prodotto dovute alla ripartizione dei costi fissi, non bastano più a compensare gli aumenti dei costi variabili che, come sappiamo, quando hanno raggiunto un certo livello di sfruttamento degli impianti cominciano a crescere sensibilmente.
Formula del costo medio: CUM = CT/Q
Il costo marginale corrisponde alla variazione del costo totale che deriva dalla produzione di una unità aggiuntiva di prodotto.
Formula del costo marginale: CMg = CT - CT (n - 1)
Anche il costo marginale segue l'aumentare della produzione con andamento prima decrescente e poi crescente, ma l'intensità delle variazioni è decisamente più repentina. Infatti, nel costo marginale la componente dei costi fissi non esercita alcuna influenza: le variazioni dipendono esclusivamente dai costi variabili.
Il costo totale è l'insieme dei costi fissi e dei costi variabili che può definirsi, dunque, come l'insieme delle spese sostenute dall'imprenditore per realizzare l'intera produzione.
Formula del costo totale: CT = CF + CV
Vi riassumo brevemente ciò che abbiamo letto, spiegandovi i concetti del costo fisso, variabile, medio, marginale e totale.
I costi fissi sono quelli che non variano al variare della quantità prodotta.
Sono tali, ad esempio, i costi per l'assicurazione, i canoni di affitto, gli interessi pagati alle banche per i finanziamenti concessi, le quote di ammortamento dei macchinari, etc.
I costi variabili variano in funzione della quantità prodotta.
Sono variabili i costi per le materie prime, per l'energia, per la manodopera, etc.
Pensiamo ai costi che deve sopportare l'impresa produttrice di gelati per i coni, lo zucchero, l'energia elettrica: essi dipendono direttamente dalla quantità di gelati prodotti. Tuttavia, le spese per l'acquisto di questi fattori produttivi non aumentano in maniera uniforme. Quando la produzione è pari a zero essi sono nulli. Nella fase iniziale della produzione aumentano piuttosto lentamente, con incrementi meno che proporzionali, quindi sempre più rapidamente, sino al punto di subire incrementi elevatissimi anche al minimo aumento produttivo.
Il costo unitario medio o costo medio è dato dal rapporto tra il costo totale e la quantità prodotta.
Le variazioni del valore del costo medio, all'aumentare della produzione, sono influenzate sia dalla componente dei costi fissi, sia da quella dei costi variabili.
Il costo medio ha un andamento piuttosto regolare che segue l'aumento di produzione: dapprima diminuisce decisamente, per effetto della ripartizione dei costi fissi su un maggior numero di prodotti e delle economie interne; quindi, a partire dal livello produttivo in cui cessano gli effetti benefici delle economie interne, le diminuzioni si fanno più modeste, fino a un punto minimo in corrispondenza del quale il costo medio comincia a crescere. L'inversione di andamento si spiega con il fatto che le diminuzioni sul costo per unità di prodotto dovute alla ripartizione dei costi fissi, non bastano più a compensare gli aumenti dei costi variabili che, come sappiamo, quando hanno raggiunto un certo livello di sfruttamento degli impianti cominciano a crescere sensibilmente.
Formula del costo medio: CUM = CT/Q
Il costo marginale corrisponde alla variazione del costo totale che deriva dalla produzione di una unità aggiuntiva di prodotto.
Formula del costo marginale: CMg = CT - CT (n - 1)
Anche il costo marginale segue l'aumentare della produzione con andamento prima decrescente e poi crescente, ma l'intensità delle variazioni è decisamente più repentina. Infatti, nel costo marginale la componente dei costi fissi non esercita alcuna influenza: le variazioni dipendono esclusivamente dai costi variabili.
Il costo totale è l'insieme dei costi fissi e dei costi variabili che può definirsi, dunque, come l'insieme delle spese sostenute dall'imprenditore per realizzare l'intera produzione.
Formula del costo totale: CT = CF + CV
lunedì 13 febbraio 2012
La scelta della combinazione ottimale dei fattori produttivi e la teoria degli isoquanti
Oggi durante l'ora di economia politica abbiamo letto le due pagine relative alla scelta della combinazione ottimale dei fattori produttivi e alla teoria degli isoquanti.
LA SCELTA DELLA COMBINAZIONE OTTIMALE DEI FATTORI PRODUTTIVI: COME PRODURRE?
Il problema delle scelte si presenta all'imprenditore in tutta la sua evidenza nel momento in cui egli è chiamato a decidere i fattori produttivi con cui intende realizzare la produzione.
Per meglio inquadrare la questione dobbiamo premettere che:
- I fattori produttivi hanno produttività diversa;
- Per la legge dei rendimenti decrescenti, la produttività di un fattore tende a diminuire per ogni unità aggiuntiva;
- E' possibile ottenere lo stesso risultato cambiando in maniera diversa i fattori produttivi; ad esempio, posso ottenere 500 ettolitri di vino sia impiegando tre operai e un trattore, sia un operaio e due trattori;
- L'imprenditore dispone di una determinata somma da spendere nell'acquisto dei fattori produttivi, e questi hanno costi diversi.
Ciò posto, il problema dell'imprenditore è quello di spendere la somma di cui dispone per acquistare quella combinazione di fattori produttivi che gli consente di ottenere la massima quantità di prodotto possibile. Si tratta, come ricorderemo, della condizione di equilibrio ispirata al principio del tornaconto edonistico.
Il ragionamento da seguire è quello marginalista, già adottato per la determinazione dell'equilibrio del consumatore. Se per un momento trascurassimo il diverso prezzo dei fattori produttivi, potremmo facilmente risolvere il problema. La combinazione ottimale sarebbe quella ottenuta spendendo tutto il capitale fino all'ultimo centesimo nell'acquisto di quantità dei fattori di volta in volta a più alta produttività, fino al punto in cui le produttività ,arginali di tutti i fattori si equivalgono.
Considerando P1, P2, ... Pn le produttività marginali dei diversi fattori, potremmo esprimere questa condizione di equilibrio con la formula seguente.
P1 = P2 = ... = Pn
Poniamo, ad esempio, che i fattori produttivi siano materie prime (M), lavoro (L) e capitale (K), e che abbiano differenti gradi di produttività, ma il medesimo prezzo unitario. In tal caso le scelte di impiego dell'imprenditore seguiranno l'ordine rigorosamente dettato dal grado di produttività.
La combinazione ottimale sarà pertanto di 4 unità di M e di L e 3 di K.
Avendo, tuttavia, i fattori produttivi costi diversi, l'imprenditore non potrà tenerne conto. Il dato che egli considererà sarà, quindi, quello della produttività marginale ponderata, vale a dire il rapporto tra la produttività marginale e il prezzo del fattore produttivo.
La combinazione ottimale di fattori produttivi, quella che realizza la massima quantità di prodotto in rapporto alla somma spesa, si ha nel momento in cui le produttività di prodotto in rapporto alla somma spesa, si ha nel momento in cui le produttività marginali ponderate dei fattori sono uguali.
LA TEORIA DEGLI ISOQUANTI
La combinazione ottimale dei fattori produttivi si può determinare anche utilizzando uno strumento diverso dalla produttività marginale ponderata.
Ogni impresa dispone di differenti tecniche per ottenere lo stesso risultato produttivo. Supponiamo, ad esempio, che un cantiere navale per costruire una barca a vela possa utilizzare sia manodopera specializzata, con più elevata produttività e maggior costo orario, sia manodopera non specializzata. L'impresa potrebbe scegliere di impiegare un solo tipo di lavoratore, ad esempio per 1000 ore di lavoro specializzato o 2000 ore di lavoro non specializzato, oppure una combinazione di entrambi i tipi, ad esempio 300 e 800, 500 e 500, 600 e 300 ecc.
LA SCELTA DELLA COMBINAZIONE OTTIMALE DEI FATTORI PRODUTTIVI: COME PRODURRE?
Il problema delle scelte si presenta all'imprenditore in tutta la sua evidenza nel momento in cui egli è chiamato a decidere i fattori produttivi con cui intende realizzare la produzione.
Per meglio inquadrare la questione dobbiamo premettere che:
- I fattori produttivi hanno produttività diversa;
- Per la legge dei rendimenti decrescenti, la produttività di un fattore tende a diminuire per ogni unità aggiuntiva;
- E' possibile ottenere lo stesso risultato cambiando in maniera diversa i fattori produttivi; ad esempio, posso ottenere 500 ettolitri di vino sia impiegando tre operai e un trattore, sia un operaio e due trattori;
- L'imprenditore dispone di una determinata somma da spendere nell'acquisto dei fattori produttivi, e questi hanno costi diversi.
Ciò posto, il problema dell'imprenditore è quello di spendere la somma di cui dispone per acquistare quella combinazione di fattori produttivi che gli consente di ottenere la massima quantità di prodotto possibile. Si tratta, come ricorderemo, della condizione di equilibrio ispirata al principio del tornaconto edonistico.
Il ragionamento da seguire è quello marginalista, già adottato per la determinazione dell'equilibrio del consumatore. Se per un momento trascurassimo il diverso prezzo dei fattori produttivi, potremmo facilmente risolvere il problema. La combinazione ottimale sarebbe quella ottenuta spendendo tutto il capitale fino all'ultimo centesimo nell'acquisto di quantità dei fattori di volta in volta a più alta produttività, fino al punto in cui le produttività ,arginali di tutti i fattori si equivalgono.
Considerando P1, P2, ... Pn le produttività marginali dei diversi fattori, potremmo esprimere questa condizione di equilibrio con la formula seguente.
P1 = P2 = ... = Pn
Poniamo, ad esempio, che i fattori produttivi siano materie prime (M), lavoro (L) e capitale (K), e che abbiano differenti gradi di produttività, ma il medesimo prezzo unitario. In tal caso le scelte di impiego dell'imprenditore seguiranno l'ordine rigorosamente dettato dal grado di produttività.
La combinazione ottimale sarà pertanto di 4 unità di M e di L e 3 di K.
Avendo, tuttavia, i fattori produttivi costi diversi, l'imprenditore non potrà tenerne conto. Il dato che egli considererà sarà, quindi, quello della produttività marginale ponderata, vale a dire il rapporto tra la produttività marginale e il prezzo del fattore produttivo.
La combinazione ottimale di fattori produttivi, quella che realizza la massima quantità di prodotto in rapporto alla somma spesa, si ha nel momento in cui le produttività di prodotto in rapporto alla somma spesa, si ha nel momento in cui le produttività marginali ponderate dei fattori sono uguali.
LA TEORIA DEGLI ISOQUANTI
La combinazione ottimale dei fattori produttivi si può determinare anche utilizzando uno strumento diverso dalla produttività marginale ponderata.
Ogni impresa dispone di differenti tecniche per ottenere lo stesso risultato produttivo. Supponiamo, ad esempio, che un cantiere navale per costruire una barca a vela possa utilizzare sia manodopera specializzata, con più elevata produttività e maggior costo orario, sia manodopera non specializzata. L'impresa potrebbe scegliere di impiegare un solo tipo di lavoratore, ad esempio per 1000 ore di lavoro specializzato o 2000 ore di lavoro non specializzato, oppure una combinazione di entrambi i tipi, ad esempio 300 e 800, 500 e 500, 600 e 300 ecc.
lunedì 9 gennaio 2012
La società di capitali
Oggi durante l'ora di economia politica abbiamo letto le due pagine relative alla società di capitali.
Nelle società di capitali i soci rispondono delle obbligazioni sociali limitatamente alla quota di capitale conferita, nei limiti cioè dell'apporto patrimoniale da essi effettuato e in cambio del quale hanno ottenuto i diritti di socio.
In questo caso la garanzia che la società offre ai creditori non è costruita dal patrimonio personale dei soci ma, principalmente, dal capitale sociale costituito dai conferimenti effettuati dai soci.
La struttura organizzativa delle società di capitali è rappresentata da una serie di organi attraverso i quali si esprime la volontà della società. Di solito si tratta dell'assemblea (in cui si riuniscono tutti i soci per deliberare, secondo il principio maggioritario, sulle questioni più importanti), dell'organo amministrativo (composto da uno o più amministratori nominati dall'assemblea, ai quali è affidata la gestione della società) e del collegio sindacale (organo di controlla della gestione anch'esso nominato dall'assemblea).
Per le società per azioni è previsto un più articolato sistema di gestione e di controllo (cosiddetto governance, caratterizzato dalla netta separazione dell'assemblea dall'organo di amministrazione e controllo dalla possibilità di adottare modelli gestionali alternativi a quello tradizionale.
Esistono due modelli di governance alternativi a quello tradizionale. Essi sono il dualistico e il monistico.
Nel modello dualistico l'amministrazione della società è affidata al consiglio di gestione, mentre al consiglio di sorveglianza spetta il controllo della gestione e numerose funzioni normalmente spettati all'assemblea dei soci (ad esempio, l'approvazione del bilancio, la nomina e la revoca degli amministratori). In questo modo si è voluto separare più decisamente la proprietà della società, rappresentata dall'assemblea dei soci, dalla gestione, affidata a organi professionali in possesso di competenze manageriali.
Alla proprietà spetta soltanto di nominare i membri del consiglio di sorveglianza, fissare l'oggetto sociale, deliberare in ordine alle modifiche strutturali della società, mentre la gestione della società viene affidata a manager dotati di ampi poteri decisionali.
Nel modello monistico il controllo di gestione è affidato al comitato di controllo, organo nominato dal consiglio di amministrazione al suo interno. In tal modo si è voluto dare vita a un sistema semplificato, estremamente flessibile, in cui lo stretto contratto tra organo di gestione e organo di controllo consente di realizzare una gestione dinamica e una semplificazione dei processi decisionali, realizzando risparmi di tempo e di costi. Tuttavia, la circostanza che il "controllato" nomini il "controllore" e che, anzi, l'organo di controllo altro non sia che una "costola" di quello di gestione, ha suscitato perplessità sull'effettivo grado di indipendenza dell'organo di controllo.
Nelle società di capitali i soci rispondono delle obbligazioni sociali limitatamente alla quota di capitale conferita, nei limiti cioè dell'apporto patrimoniale da essi effettuato e in cambio del quale hanno ottenuto i diritti di socio.
In questo caso la garanzia che la società offre ai creditori non è costruita dal patrimonio personale dei soci ma, principalmente, dal capitale sociale costituito dai conferimenti effettuati dai soci.
La struttura organizzativa delle società di capitali è rappresentata da una serie di organi attraverso i quali si esprime la volontà della società. Di solito si tratta dell'assemblea (in cui si riuniscono tutti i soci per deliberare, secondo il principio maggioritario, sulle questioni più importanti), dell'organo amministrativo (composto da uno o più amministratori nominati dall'assemblea, ai quali è affidata la gestione della società) e del collegio sindacale (organo di controlla della gestione anch'esso nominato dall'assemblea).
Per le società per azioni è previsto un più articolato sistema di gestione e di controllo (cosiddetto governance, caratterizzato dalla netta separazione dell'assemblea dall'organo di amministrazione e controllo dalla possibilità di adottare modelli gestionali alternativi a quello tradizionale.
Esistono due modelli di governance alternativi a quello tradizionale. Essi sono il dualistico e il monistico.
Nel modello dualistico l'amministrazione della società è affidata al consiglio di gestione, mentre al consiglio di sorveglianza spetta il controllo della gestione e numerose funzioni normalmente spettati all'assemblea dei soci (ad esempio, l'approvazione del bilancio, la nomina e la revoca degli amministratori). In questo modo si è voluto separare più decisamente la proprietà della società, rappresentata dall'assemblea dei soci, dalla gestione, affidata a organi professionali in possesso di competenze manageriali.
Alla proprietà spetta soltanto di nominare i membri del consiglio di sorveglianza, fissare l'oggetto sociale, deliberare in ordine alle modifiche strutturali della società, mentre la gestione della società viene affidata a manager dotati di ampi poteri decisionali.
Nel modello monistico il controllo di gestione è affidato al comitato di controllo, organo nominato dal consiglio di amministrazione al suo interno. In tal modo si è voluto dare vita a un sistema semplificato, estremamente flessibile, in cui lo stretto contratto tra organo di gestione e organo di controllo consente di realizzare una gestione dinamica e una semplificazione dei processi decisionali, realizzando risparmi di tempo e di costi. Tuttavia, la circostanza che il "controllato" nomini il "controllore" e che, anzi, l'organo di controllo altro non sia che una "costola" di quello di gestione, ha suscitato perplessità sull'effettivo grado di indipendenza dell'organo di controllo.
martedì 29 novembre 2011
La domanda individuale, collettiva, la funzione e la legge della domanda
Oggi durante l'ora di economia politica sono stati spiegati i concetti della domanda individuale, della domanda collettiva, della funzione della domanda e della legge della domanda.
La domanda individuale:
per domanda individuale si intende la quantità di una determinata merce (bene o servizio) che un soggetto è disposto ad acquistare a un certo prezzo in un dato momento storico.
La domanda individuale quindi non indica i beni o i servizi effettivamente acquistati, ma quelli che il consumatore ha intenzione di acquistare a un prezzo determinato.
Essa varia da soggetto a soggetto, in relazione ai gusti, agli interessi e alle necessità di ognuno e al periodo storico cui si riferisce.
La domanda collettiva:
la domanda collettiva è la somma delle domande individuali.
La funzione della domanda:
la relazione tra la domanda e i fattori che la influenzano prende il nome di funzione della domanda.
La domanda individuale di un determinato bene o servizi che chiameremo A (Da) è in funzione (f) dei seguenti elementi (a ciascuno dei quali, per comodità espositiva, attribuiamo dei simboli identificativi):
- del suo prezzo (Pa)
- del prezzo dei beni o servizi complementari di A (Pca)
- del prezzo dei beni o servizi succedanei di A (Psa)
- del reddito del soggetto acquirente (Y)
- di elementi soggettivi, come i gusti, l'influenza della pubblicità, la moda, le motivazioni psicologiche, sociologiche, etc. (G)
Pertanto la funzione della domanda può essere espressa nel seguente modo:
Da = f (Pa), f (Pca), f (Psa), f (Y), f (G).
La legge della domanda:
la domanda di un bene varia in funzione inversa rispetto al suo prezzo: al crescere del prezzo la domanda diminuisce e viceversa.
lunedì 21 novembre 2011
La teoria del consumo dei marginalisti, l'utilità economica, marginale, totale, ponderata e il punto di equilibrio
Oggi durante l'ora di economia politica abbiamo letto le pagine relative alle scelte per il consumo, l'utilità economica e la ricerca dell'equilibrio attraverso la funzione di utilità.
Di seguito vi riassumo gli argomenti che sono stati trattati durante in questa ora di lezione.
La teoria del consumo dei marginalisti:
il consumatore ragiona sulla base dell'utilità marginale. Poichè questa è decrescente solo riducendo il prezzo è possibile un aumento delle quantità domandate.
L'analisi marginalista è di tipo microeconomico, vale a dire studia esclusivamente il comportamento del singolo agente e non il fenomeno del consumo nel suo complesso, ritenendo che il fenomeno generale altro non sia che la semplice somma dei singoli comportamenti individuali.
Infine, essa parte dal presupposto che il consumatore, nel suo agire, sia mosso esclusivamente da esigenze razionali e utilitaristiche, cercando di ottenere il massimo risultato impiegando il minimo di risorse, ovvero la massima soddisfazione con i mezzi di cui dispone (principio del tornaconto), spinto unicamente dal fine egoistico di trarne un vantaggio personale (principio edonistico).
L'utilità economica:
l'utilità, nel lessico specifico dell'economia è l'idoneità di un bene a soddisfare un bisogno.
L'utilità economica ha carattere soggettivo, cioè cambia da individuo a individuo, così come i bisogni di ciascuno ed è variabile, vale a dire muta a seconda delle circostanze di tempo, di ambiente, di clima, etc.
L'utilità marginale:
l'utilità marginale è la soddisfazione che un individuo trae dal consumo di un bene.
L'utilità marginale decrescente afferma che all'aumentare del consumo di un bene, l'utilità marginale di quel bene diminuisce.
L'utilità totale:
l'utilità totale è la somma delle utilità delle singole dosi del bene.
Il punto di equilibrio:
il punto di equilibrio del consumatore è la condizione ottimale che rende la massima utilità.
L'utilità marginale ponderata:
l'utilità marginale ponderata è il rapporto tra l'utilità marginale del bene e il suo prezzo.
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martedì 25 ottobre 2011
La scuola neoclassica o marginalista e la scuola keynesiana
Oggi durante l'ora di economia politica abbiamo letto le pagine relative alla scuola neoclassica o marginalista e alla scuola keynesiana.
La scuola neoclassica o marginalista:
l'indirizzo neoclassico o marginalista nacque sul finire del 1800 soprattutto grazie all'opera dell'economista inglese William Stanley Jevons, Teoria dell'economia politica, pubblicata nel 1871.
Il pensiero marginalista ha trovato una larga diffusione soprattutto per i risultati raggiunti nell'analisi microeconomica del comportamento del consumatore e dell'impresa. Di questa corrente fanno parte numerosi esponenti, che si è soliti suddividere in differenti indirizzi ciascuno dei quali ebbe a sviluppare e approfondire i principi espressi da Jevons: tra gli altri, nella scuola austriaca si annoverano Karl Menger, Eugen von Bogm-Bawerk e Joseph Alois Schumpeter, nella scuola di Losanna Lèon Walras e Vilfredo Pareto, nella scuola di Cambridge Alfred Marshall.
Il termine marginalismo deriva dal metodo di analisi utilizzando, consistente nel ricercare le scelte ottimali dei singoli soggetti economici attraverso il confronto tra il costo sopportato e il beneficio ricavato dall'ultima dose considerata del bene (dose marginale, appunto).
Essi studiarono i processi di ripartizione delle risorse in base ai quali i singoli consumatori e le singole imprese operano le proprie scelte cercando di risolvere il problema della scarsità secondo i principi del tornaconto edonistico. Con questo approccio, razionalistico e utilitaristico, essi individuarono le condizioni di equilibrio del consumatore o dell'impresa.
I marginalisti ribaltarono la teoria del valore dei classici, ponendosi non più dal punto di vista della produzione, in base al quale il valore del bene è dato dalla quantità di lavoro necessario per produrlo (teoria valore-lavoro), ma dal punto di vista del consumatore. Il valore secondo i marginalisti è dato dall'utilità o rarità che il bene riveste per il consumatore (teoria valore-utilità). In tal modo alla concezione oggettiva del valore, si contrapponeva una concezione soggettiva.
La scuola neoclassica va ricordata anche per le importanti innovazioni di metodo introdotte nell'analisi dei fenomeni economici. I marginalisti per primi fecero largo uso dello strumento matematico per elaborare le loro teorie, contribuendo con ciò a rinnovare il linguaggio della scienza economica in senso più scientifico e rigoroso. Grazie a questa nuova metodologia essi hanno elaborato una teoria sul funzionamento dell'economia di mercato e individuato leggi studiate ancora oggi nei manuali di economia.
La scuola keynesiana:
il Trattato della moneta (1930) e la Teoria generale dell'occupazione, interesse e moneta (1936) sono gli scritti indispensabili per l'interpretazione del pensiero dell'economista di Cambridge John Maynard Keynes, e per apprezzarne il contributo da lui apportato all'economia moderna.
Egli prende le mosse da una critica severa delle concezioni economiche del liberalismo, in primo dalla legge degli sbocchi di Say. Keynes non condivideva l'ottimismo di quelle teorie basate sulla convinzione che il mercato fosse in grado di autoregolarsi e, attraverso il libero oscillare dei prezzi dei beni e dei fattori produttivi, riuscisse spontaneamente a raggiungere il pieno utilizzo delle risorse disponibili. Questo principio rivelò tutta la sua inadeguatezza durante la crisi del 1929 che dagli Stati Uniti d'America si estese in tutta Europa.
Per Keynes quella teoria poteva essere vera solo a condizione che tutta la moneta percepita dai proprietari dei mezzi di produzione fosse impiegata nell'acquisto dei beni prodotti con quei fattori produttivi. In pratica, solo reimpiegando nel sistema tutte le risorse che quel sistema aveva prodotto si poteva ottenere l'equilibrio di piena occupazione.
Il fatto è, sosteneva Keynes, che la moneta, oltre a essere mezzo di pagamento e unità di conto, svolge la funzione di riserva di valore e, proprio per questa sua peculiarità, non è spesa tutta per acquisti ma viene, in varia misura, risparmiata. Le decisioni delle famiglie sulla destinazione del loro reddito dipendono da svariati fattori non sempre prevedibili.
Senza dubbio il consumo dipende dal livello di reddito: più questo è alto, maggiore sarà il consumo, in termini assoluti. Tuttavia, la percentuale di reddito destinata al consumo (propensione al consumo) è decrescente all'aumentare del livello del reddito. La propensione al consumo è assai più elevata tra i percettori di redditi bassi che non tra i soggetti più abbienti. Si può infatti facilmente comprendere che coloro che posseggono poca ricchezza saranno costretti a spenderla tutta o quasi per procurarsi ciò di cui hanno bisogno, mentre chi dispone di maggiore ricchezza avrà la possibilità di sottrarne una parte ai consumi per risparmiarla.
L'incertezza sulle decisioni dei consumatori si ripercuote sulle imprese le quali, non conoscendo le scelte futuro dei consumatori, vivono perennemente il dilemma di quanto investire, vale a dire di quante risorse destinate allo sviluppo della capacità produttiva. Se sbagliassero le previsioni in eccesso, e quindi investissero tutte le risorse a disposizione, l'incremento della produzione non sarebbe assorbito dalla domanda e ne deriverebbe un'eccedenza di merci. Questo eccesso costringerebbe le imprese a ridurre la produzione, a diminuire dunque l'offerta e non a diminuire i prezzi.
Con una serie di reazioni a catena , come in una spirale negativa (la cui forza viene amplificata da particolari meccanismi, quali il moltiplicatore del reddito e l'acceleratore), la contrazione degli investimenti si traduce in una riduzione dell'occupazione e, quindi, in una diminuzione dei redditi e della domanda.
Le conclusioni a cui giunge Keynes sono diametralmente opposte a quelle dei classici. Non è l'offerta che influenza la domanda, ma piuttosto l'offerta che dipende dalla domanda. Gli imprenditori decidono gli investimenti sulla base delle previsioni di vendita.
Le condizioni di squilibrio come, ad esempio, quella della disoccupazione, lungi dall'essere situazioni transitorie che il mercato facilmente assorbe grazie al variare dei prezzi, possono avere carattere permanente. In conclusione, il mercato può giungere a situazioni di equilibrio tra domanda e offerta ma non sempre queste sono di piena occupazione, come ritenevano i classici. Più spesso l'equilibrio si verifica in un contesto di disoccupazione.
Keynes ritiene fondamentale l'intervento dello Stato che con un'accorta politica economica può sostenere la domanda nei periodi di crisi con interventi di varia natura, ad esempio aumentando la spesa pubblica o riducendo il prelievo fiscale, che avrebbero avuto l'effetto di liberare reddito disponibile per il consumo, funzionando, per così dire, da volano per la ripresa della economia.
Le teorie keynesiane ebbero applicazione in diversi Paesi, fino ai nostri giorni. La prima e più famosa, denominata New Deal (nuovo corso), riguardò il pian di riforme poste in essere tra il 1933 e il 1938 dal governo americano del presidente Roosvelt per risollevare il Paese dalla grave crisi che lo aveva colpito sul finire degli anni Venti.
Ai nostri giorni le testi keynesiane sono state riviste e gli interventi statali si sono allargati alla soluzione delle problematiche sociali, tutela della salute, pensioni ecc.
lunedì 17 ottobre 2011
Le scuole economiche, il mercantilismo, la fisiocrazia e la scuola classica
Oggi durante l'ora di economia politica abbiamo letto le pagine sulle scuole economiche, il mercantilismo, la fisiocrazia e la scuola classica.
Le scuole economiche:
le teorie elaborate dagli economisti nel corso degli anni si sono coagulate intorno a scuole di pensiero che hanno acquistato una significativa rilevanza scientifica solo a partire dal XVI secolo. La collocazione dei vari economisti all'interno di ciascuna scuola non significa perfetta identità di vendute, completa sintonia intellettuale con i principi posti a fondamento della scuola; anzi, spesso tra gli esponenti della medesima corrente si rincontrano considerevoli divergenze di opinione.
Ripercorriamo, nei paragrafi che seguono, questa storia del pensiero economico non dimenticando di osservare come la teoria sia fortemente influenzata dalle vicende storiche, politiche, sociali, culturali e tecnologiche, a ulteriore riprova della peculiarità della scienza economica.
Il mercantilismo:
in un contesto di trasformazioni, di mutamenti economici e sociali, di espansione del commercio interpretazione e di grandi scoperte geografiche, nel XVI secolo si sviluppò la scuola economica del mercantilismo.
Per la verità, più che una vera e propria scuola fondata su rigorose e coerenti teorie economistiche, il mercantilismo racchiude l'insieme delle descrizioni empiriche dei fenomeni economici elaborate da grandi mercanti inglesi e da funzionari statali tedeschi, i quali erano mossi, nel loro studio, da concrete esigenze pratiche.
Bisogna ricordare che nel XVI e XVII secolo il potere politico dei nascenti Stati nazionali è strettamente collegato a quello economico delle grandi compagnie mercantili: va da sè che l'attenzione degli economisti fu principalmente rivolta al commercio internazionale e alla ricchezza dello Stato.
Occorre anche dire che, all'epoca, l'unica moneta accettata da tutti nei traffici commerciali era l'oro, cosicchè la quantità posseduta di quel metallo prezioso finiva con il coincidere con la ricchezza stessa.
Gli acquisti di beni provenienti da altri Stati (importazioni) rappresentavano un dato estremamente negativo per l'economia nazionale poichè andavano pagati con oro che usciva dalle casse dello Stato; al contrario i beni venduti all'estero (esportazioni) facevano affluire il metallo prezioso nel Paese.
I mercantilisti sostenevano che la ricchezza delle nazioni era fondata sulle esportazioni che dovevano di gran lunga superare le importazioni (saldo attivo della bilancia commerciale) e invocavano una politica dello Stato tesa a espandere il commercio internazionale e a favorire e proteggere le esportazioni osteggiando le importazioni (politica protezionistica).
Secondo il pensiero mercantilista, l'origine della ricchezza non risiedeva dunque nella produzione, quanto nella distribuzione, e allo Stato veniva assegnato un ruolo fondamentale in campo economico, oltre che in quello politico e sociale. Per queste ragioni i mercantilisti sostennero la politica coloniale ed espansionistica degli Stati, che permetteva da un lato di rimpinguare le riserve auree, e dall'altro offriva la possibilità di collocare i beni prodotti nelle colonie.
La fisiocrazia:
la crisi nelle monarchie assolute che si erano sviluppate nei secoli precedenti e la nascita dell'illuminismo costituiscono il presupposto storico per lo sviluppo nella Francia del XVIII secolo di una nuova scuola di pensiero: la fisiocrazia, ovvero la "superiorità della natura", dal greco physis, natura e crazìa, superiorità. Gli esponenti di questa scuola, tra cui spicca il nome di François Quesnay (filosofo e medico alla corte di Luigi XIV), cercavano principalmente di elaborare una teoria che riuscisse a offrire suggerimenti concreti per risollevare l'economia francese dalle pessime condizioni in cui si trovava sul finire del 1700.
Il pilastro centrale dell'impianto teorico di questo pensiero risiede nella particolare importanza riconosciuta allo sviluppo dell'agricoltura, unico settore in grado di creare nuovo valore, di fare ottenere un sovrappiù in relazione a quello che è stato impiegato per la produzione.
Gli altri settori lavorativi, ad esempio quello manifatturiero, non creano sovrappiù, perchè non fanno altro che trasformare un certo insieme di materie prime in prodotti lavorati.
La teoria si fonda su un modello estremamente semplificato dove per produrre un bene, ad esempio il grano, si considerava venisse impiegato solo una quantità minore dello stesso bene e niente altro. In tal modo il sovrappiù era misurato in termini di quantità di prodotto eccedente e non era necessario introdurre il difficile concetto del valore del sovrappiù, concetto che avrebbe dovuto invece impiegare ampiamente gli studiosi successivi.
La conseguenza è che lo sviluppo economico e la ricchezza nazionale si realizza solo attraverso il miglioramento delle tecniche di produzione agricola e una politica economica dello Stato a tutela e favore dei produttore agricoli. I fisiocratici sono inoltre favorevoli al libero scambio delle merci, perchè ciò avrebbe favorito le esportazioni dei prodotti agricoli francesi.
Un importante contributo di Quesnay a questa impostazione teorica fu data dal Tableau èconomique, un insieme di grafici che mostravano le relazioni esistenti tra i vari settori produttivi e le varie classi sociali per la sopravvivenza e lo sviluppo del sistema economico. Il medico francese suddivise la società in tre classi distinte:
- la classe produttiva, costituita dagli agricoltori che con il lavoro creano ricchezza, determinata dalla parte di prodotto agricolo eccedente quanto loro necessario per il sostentamento e per il rinnovamento del processo produttivo (ad esempio il grano che rimane dopo avere tolto quello che serve per seminare e per far mangiare la famiglia del contadino che lo ha prodotto);
- la classe sterile, rappresentata dagli artigiani, che non creano sovrappiù ma si limitano a trasformarlo;
- la classe dei proprietari terrieri, che non svolge un ruolo diretto nell'attività economica ma percepisce, sotto forma di rendita, il sovrappiù derivante dalla produzione agricola. Essa svolge ugualmente una funzione importante nell'economia, poichè spendendo il sovrappiù per acquistare i prodotti delle altre due classi consente all'economia di rigenerarsi e svilupparsi ulteriormente.
La scuola classica:
con l'espressione scuola classica comunemente ci si riferisce alle teorie elaborate da un gruppo di economisti, principalmente inglesi, vissuti tra la fine del 1700 e la metà del 1800, che concentrò la propria attenzione sulle medesime tematiche connesse essenzialmente allo studio della produzione e della distribuzione all'interno del sistema capitalistico introdotto dalla rivoluzione industriale. I principali protagonisti di questa scuola sono Adam Smith, Thomas Robert Malthus, David Ricardo, Jean Baptiste Say e John Stuart Mill.
Per i classici la suddivisione in classi non è quella ipotizzata di Quesnay, bensì quella tipica del sistema capitalistico che vede la sussistenza di tre classi:
- i lavoratori, i quali percepiscono un reddito (salario) la cui entità è quella minima per consentire la loro sopravvivenza e quella della loro famiglia e consentire alla classe lavoratrice di riprodursi;
- gli imprenditori-capitalisti, i quali hanno il compito di organizzare la produzione in cambio di un profitto; nella concezione classica la circostanza che i capitalisti anticipano ai lavoratori i salari e i mezzi di produzione prima del conseguimento del ricavo proveniente dalla produzione, giustifica la percezione di una parte del sovrappiù detta profitto;
- i proprietari terrieri, i quali cedono i loro terreni in affitto ai capitalisti, ricevendo da questi un particolare compenso detto rendita.
A differenza dei fisiocratici, i classici ritenevano che la creazione del sovrappiù non si verificasse solo nell'agricoltura ma anche nel settore manifatturiero, e che dipendesse dal lavoro umano.
Il sovrappiù non era destinato ai lavoratori, a cui era riconosciuto solo un reddito di sussistenza, ma veniva distribuito tra imprenditori e proprietari terrieri. La crescita economica si verificava allora in presenza di un incremento del capitale anticipato dai capitalisti e della forza lavoro (che i classici pensavano dipendesse dall'incremento demografico).
Per Smith, in particolare, un forte fattore di crescita della produzione era determinato dall'accentuarsi della divisione del lavoro che, secondo l'autore, provocava benefici effetti quali un incremento della produttività del lavoro, un risparmio di tempo e condizioni favorevoli per la creazione di invenzioni utili al processo produttivo.
Nella concezione classica il sovrappiù non è più legato a un solo settore produttivo e non può essere calcolato in termini fisici, come avevano fatto i fisiocratici, in quanto alla produzione manifatturiera concorrono diversi fattori produttivi. Venne allo scopo formulata la teoria del valore-lavoro: il valore di una merce è pari alla quantità di ore di lavoro che occorrono per produrla.
Smith distingue due tipi di valore, il valore d'uso e il valore di scambio. Mentre il primo dipende essenzialmente dalla capacità del bene di soddisfare un bisogno del singolo soggetto e risente quindi della valutazione soggettiva che il soggetto compie in relazione alle sue specifiche esigenze, il valore di scambio si basa, invece, su un dato oggettivo, poichè deriva dall'offerta e dalla domanda del mercato. E' a questo secondo tipo di valore che Smith applica la sua concezione del valore-lavoro e per un chilo di pane ce ne vogliono due, il valore del pane è il doppio di quello della stoffa.
martedì 11 ottobre 2011
La microeconomia e macroeconomia, l'economia statica e dinamica, l'economia positiva e normativa e la politica economica
Oggi durante l'ora di economia politica abbiamo letto le partizioni e rapporti con altre scienze che comprendono la microeconomia e macroeconomia, l'economia statica e dinamica, l'economia positiva e normativa e la politica economica.
La prima fondamentale distinzione dell'economia politica è quella tra microeconomia e macroeconomia.
La microeconomia è quella parte della scienza economica che ha per oggetto l'analisi del comportamento del singolo soggetto economico e prende in considerazione i dati relativi ai singoli casi.
La microeconomia prende in esame il comportamento di un soggetto economico nella sua individualità (ad esempio il comportamento di un consumatore o di una impresa), analizza ed elabora i dati relativi al caso singolo. Il comportamento del singolo viene presunto in tutti gli altri soggetti del sistema (ad esempio ogni consumatore, ogni impresa) e così facendo si arriva a fornire spiegazioni dell'intera realtà economica.
La microeconomia ha per oggetto l'analisi dei comportamenti di intere categorie di soggetti economici e prende in considerazione le grandezze aggregate.
Al contrario della microeconomia, essa studia gruppi omogenei di soggetti economici (tutte le imprese, tutti i consumatori, ecc.) e analizza grandezze aggregate, cioè il risultato dell'unione dei dati ricavati a livello microeconomico (il consumo, la produzione, il reddito, ecc. di un Paese è il risultato della aggregazione dei singoli consumi, prodotti, redditi, ecc. di tutti i soggetti di quel Paese).
Un altro modo di ripartire la scienza economica è tra economia statica ed economica dinamica.
La prima studia fenomeni economici come fossero, per così dire, sospesi nel tempo, cioè non disturbati dalle trasformazioni che inevitabilmente il progredire del tempo determina.
L'economia dinamica, al contrario, si occupa del processo di trasformazione che i fenomeni economici subiscono con il passare del tempo.
L'economia politica non si limita a studiare i comportamenti economici esistenti, ma fornisce anche suggerimenti su come i soggetti economici e, in particolare lo Stato, dovrebbero comportarsi per raggiungere gli obiettivi desiderati. Da questo punto di vista si usa distinguere tra economia positiva, il cui soggetto di studio sono i fenomeni realmente esistenti (positivo dal latino positum, posto), ed economia normativa, che si preoccupa invece di studiare e suggerire i comportamenti auspicabili. La prima studia ciò che è, la seconda ciò che dovrebbe essere.
Fa parte dell'economia normativa la politica economica.
Per politica economica si intende l'insieme dei provvedimenti posti in essere dallo Stato e in generale dalle autorità pubbliche per il proseguimento di obiettivi prefissati.
lunedì 10 ottobre 2011
Il metodo dell'economista e le leggi economiche
Oggi durante l'ora di economia politica abbiamo letto le due pagine riguardanti il metodo dell'economista e le leggi economiche.
Come ogni scienza, anche l'economia cerca di scoprire il significato dei fatti studiati e i legami che sussistono tra determinati fenomeni (leggi scientifiche).
L'economista è interessato, ad esempio, a conoscere se la quantità domandata di un bene aumenta, diminuisce o resta invariata qualora venga alzato il prezzo di vendita del bene, o a scoprire cosa accade al valore della moneta se si aumenta la quantità di banconote in circolazione.
Nelle scienze esatte, come la fisica e la chimica, il nesso tra determinati fenomeni viene ricavato dall'esito di un esperimento verificabile. Se l'esperimento non riesce, ad esempio, la combinazione di due elementi chimici non produce quella determinata reazione, la legge non esiste.
Si ha una legge scientifica esatta quando le relazioni tra i fatti studiati si ripetono in modo costante, senza mai eccezioni. Il raggiungimento di leggi esatte è possibile solo quando i dati da cui la legge viene tratta sono riprodotti fedelmente in laboratorio dallo scienziato, in maniera che il fenomeno studiato sia sempre perfettamente lo stesso.
L'economia politica, in quanto scienza che studia i comportamenti umani, rientra tra le cosiddette scienze sociali e pertanto non è una scienza esatta. Oggetto dell'analisi dell'economista sono fenomeni che non possono essere riprodotti fedelmente in laboratorio in esperimenti controllati e verificabili, quanto piuttosto situazioni tratte dalla realtà vissuta degli uomini, ricavate spesso dalle testimonianze di qualcuno, ad esempio di questo o quell'imprenditore, o dall'elaborazione degli storici e dei sociologi, che esprimono una loro riflessione sui fenomeni sociali, o desunti dagli elaborati degli statistici, che traducono in numeri i rilievi effettuati dagli operatori, e così via. Il fenomeno studiato è quindi già in partenza difettoso, contaminato com'è da tali e tante percezioni soggettive.
Si aggiunga che i fenomeni economici hanno una precisa dimensione storica e geografica, pertanto la legge che può valere in un determinato momento storico e in un certo luogo può non essere più vera in un altro periodo o in un luogo diverso. La produzione, il consumo, il lavoro, ad esempio, sono fenomeni condizionati dal grado di sviluppo tecnologico del sistema, da, modificarsi dei costumi sociali, dal verificarsi di eventi straordinari, come una guerra o una carestia.
Il laboratorio dell'economista è costituito dal modello, cioè da uno schema mentale semplificato della realtà dove l'economista simula il verificarsi dei fenomeni e individua le leggi economiche.
In esso i comportamenti esaminati non corrispondono a quelli esistenti nella complessa realtà economica. Affinchè il modello produca dei risultati accettabili occorre che l'economista mantenga costanti tutte le variabili coinvolte nel fenomeno esaminato, con la sola eccezione di quelle che si vogliono esaminare. Se, ad esempio, vuole studiare le possibili relazioni che sussistono tra la disoccupazione e le variazioni del saggio degli interessi sui prestiti bancari, deve supporre che non mutino gli altri fenomeni che possono ugualmente influire sul mercato del lavoro, come ad esempio l'andamento delle esportazioni, il prelievo fiscale, l'aumento dei consumi, ecc. Diversamente lo studioso non riuscirebbe a formulare le sue leggi, potendo ogni variabile essere la causa dell'evento esaminato ovvero potendo più variabili du segno opposto impedire all'evento di verificarsi.
Le leggi dell'economia non sono dunque leggi scientifiche esatte, sempre vere e verificabili, quanto piuttosto delle relazioni tra fenomeni economici che presentano un elevato grado di regolarità. Esse non esprimono verità assolute, ma linee di tendenza che possono essere smentite dalla realtà senza che ciò comporti automaticamente il venir meno della legge. La legge della domanda, ad esempio, afferma che la quantità di un bene che un soggetto è disposto ad acquistare si riduce all'aumentare del suo prezzo. E' tuttavia possibile che un soggetto, per ragioni imprevedibili legate, ad esempio, al diffondersi di una moda, o anche a un particolare stato d'animo, disattenda la legge e si comporti in senso opposto a quanto teorizzato nel modello.
Alla formulazione delle leggi economiche si previene utilizzando sostanzialmente de differenti metodi, quello induttivo e quello deduttivo.
Il metodo induttivo procede, per così dire, dal basso verso l'alto: dallo studio della realtà fattuale l'economista ricava i postulati della legge. Così, osservando il comportamento del consumatore al supermercato lo studioso elabora la legge della domanda.
Il metodo deduttivo opera al contrario: l'economista prende le mosse da affermazioni generali per dedurre, attraverso passaggi logici, la spiegazione del fenomeno e trarne una legge. Un semplice esempio di metodo deduttivo è il sillogismo (che si fa risalire al filosofo greco Aristotele) attraverso il quale si svela un fatto in sè evidente collegandolo ad altri fatti noti. Per esempio: le imprese producono, le banche sono imprese, quindi le banche producono.
venerdì 23 settembre 2011
Sistema economico, liberista, collettivista e ad economia mista
Oggi durante le due ore di economia politica l'insegnante ha spiegato il sistema economico, liberista, collettivista e ad economia mista.
Sistema economico:
Il sistema economico può essere dunque definito come quel sistema, composto a sua volta da un insieme di sottosistemi rappresentati da vari operatori o soggetti economici, volti a realizzare attraverso il loro comportamento il benessere della società in termini di soddisfacimento dei propri bisogni, massimizzando i propri guadagni, ottimizzando l'uso delle risorse ed evitando sprechi nonché intenti a promuovere il suo costante sviluppo o evoluzione in termini di ricchezza, progresso sociale, scientifico e tecnologico sulle condizioni di vita medie della popolazione (crescita economica), almeno secondo la visione dell'economia di mercato nel mondo moderno della società occidentale.
Sistema liberista:
intervento dello Stato molto limitato in campo economico;
i mezzi di produzione sono di proprietà dei privati e gli imprenditori utilizzano le tecniche di produzione che ritengono più idonee per realizzare il più elevato guadagno possibile;
i prezzi dei prodotti sono definiti dal mercato.
Sistema collettivista:
- i mezzi di produzione sono di proprietà dei privati che li possono usare senza dover temere controlli da parte dello Stato;
- nel mercato deve essere garantita la libera concorrenza;
- i prezzi dei prodotti sono determinati dalla domanda e dall'offerta espressa delle imprese e dalle famiglie;
- compito dello Stato è di garantire il rispetto delle leggi e la difesa; non deve invece occuparsi delle questioni economiche, che sono lasciate ai privati;
- il lavoro viene considerato una merce come le altre, il cui prezzo si chiama salario ed è deciso sul mercato della domanda e dell'offerta.
Sistema ad economia mista:
L'economia mista è un sistema economico che comprende aspetti e caratteristiche di più sistemi economici, combinando ad esempio elementi capitalistici con concetti legati a una maggiore presenza e influenza statale nell'ambito economico.
- I mezzi di produzione sono perlopiù di proprietà privata, ma esistono anche imprese pubbliche
- Le imprese hanno la gestione della produzione, che però è condizionata dalle forze sociali e dagli interventi statali
- Lo stato fornisce determinati servizi (difesa, giustizia, sanità, istruzione, trasporti)
- Lo stato, per mezzo di organi particolari, svolge un intervento regolatore della vita economica per evitare le crisi economiche
- Le scelte economiche fondamentali delle imprese e delle famiglie sono libere.
- I prezzi sono definiti dal mercato a seconda della domanda e dell'offerta, lo stato può però intervenire per modificare i prezzi di certi beni(energia elettrica, gas ecc) per renderli più accessibili alla popolazione
- La gestione delle imprese è caratterizzata dal rispetto di norme stabilite dallo stato a tutela dei lavoratori, della sicurezza degli impianti e a tutela dell'ambiente
venerdì 16 settembre 2011
Prima lezione di Economia Politica
Oggi abbiamo fatto due ore di economia politica.
Durante le due ore è stato detto che l'attività economica è l'attività che l'uomo da sempre svolge per procurarsi i mezzi attraverso i quali l'uomo può acquistare beni e servizi per soddisfare i propri bisogni.
Dopo aver esposto la teoria dell'attività economica sono state spiegate altre cose.
Le caratteristiche dei bisogni sono soggettivi (ogni individuo sente i bisogni in modo diverso dagli altri e, a seconda dell'età e dei gusti, decide in maniera personale come soddisfarli), illimitati (sono innumerevoli), saziabili (i bisogni che avverte l'uomo sono soddisfabili grazie ai beni e ai servizi) e risorgenti (perchè ricompaiono).
I beni economici sono limitati, il soggetto deve fare un sacrificio per poterli acquistare. Sono limitati alla scarsità.
Il bene deve essere reperibile quando è facile da raggiungere.
I beni complementari sono beni che si possono usare insieme ad altri beni, i beni succedanei sono dei beni che devono essere costituiti.
L'economia politica è la scienza delle leggi. Il suo compito è quello di aiutare l'uomo a soddisfare il maggior numero di bisogni.
Dato un determinato obiettivo da raggiungere, ciascun individuo dovrà fare in modo di raggiungere l'obiettivo impiegando il minimo utilizzo dei mezzi (tornaconto).
Principio endocrino: l'individuo cerca di soddisfare il proprio bisogno raggiungendo il massimo piacere individuale. E' l'uomo che sceglie in base alla sua esigenza senza pensare agli altri.
I soggetti del sistema economico sono le famiglie, le imprese, lo Stato e il resto del mondo.
Il ruolo dell'impresa è la produzione.
I quesiti sono: cosa e quanto produrre? Come produrre? Per chi produrre?
Cosa e quanto produrre: un imprenditore deve fare ricerche di mercato per capire le esigenze del mercato.
Come produrre: una volta che l'imprenditore ha deciso cosa produrre deve capire a quale consumatore rivolgere il suo prodotto.
Per chi produrre: individuare i soggetti ai quali la ricerca prodotta dovrà essere distribuita.
Il valore aggiunto è la differenza fra valore input e output.
I fattori produttivi sono: la natura, capitali, lavoro, organizzazione imprenditoriale e infrastrutture fornite dallo Stato.
Il sistema economico è l'insieme delle relazioni che vengono a instaurarsi tra i vari soggetti che operano nel sistema economico.
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