Oggi durante l'ora di storia abbiamo letto le due pagine relative alla Riforma a Zurigo.
La ribellione teologica trova terreno fertile anche in Svizzera e in primo luogo a Zurigo, dove il protagonista della Riforma è il canonico della cattedrale, Hildrych Zwingli (1484-1531). Nato in un modesto villaggio svizzero, Zwingli ha modo di compiere studi universitari a Vienna e a Basilea, per essere poi ordinato sacrdote e venir accolto nel 1518 presso la Cattedrale di Zurigo. Negli anni precedenti è stato profondamente influenzato da Erasmo e dalla sua visione di un rinnovamento sociale compiuto attraverso l'educazione; ma è quando arriva a Zurigo, dove quasi sicuramente riceve notizie della ribellione di Wittenberg, che comincia a maturare idee di rinnovamento religioso. Da 1519 inizia una sua innovativa attività di predicazione, tutta basata sulla lettura della Bibbia, nella quale - attaccando durante la corruzione della Chiesa di Roma - esalta l'ideale di una comunità cristiana rigenerata, di una sorta di repubblica di profeti, di una città interamente governata dalle Scritture e in particolare dalla Bibbia.
Un'ipotesi di questo tipo si fa strada in città, fino a convincere le autorità politiche ad accogliere le esortazioni del riformatore. E' così che, tra il 1524 e il 15125, Zwingli riforma la Chiesa di Zurigo; le immagini sacre, considerate fonti di idolatria, vengono distrutte, il celibato dei preti viene abolito (e Zwingli stesso si sposa), i conventi vengono chiusi, mentre i loro beni sono requisiti dalle autorità; infine, e soprattutto, la messa viene riformata, con l'abrogazione del sacramento dell'eucarestia.
Molti aspetti della Riforma zwingliana coincidono con quelli della Riforma luterana; ma sull'interpretazione da dare all'eucarestia come una sorta di cerimonia commemorativa del sacrificio di Cristo, negando che nel corso del rito si manifesti in qualunque modo un'effettiva Sua presenza; mentre Lutero, pur non accettando il dogma della transustanziazione, ovvero della trasformazione effettiva del pane e del vino nel corpo di Cristo, crede in una sorta di Sua compresenza nel pane e nel vino cerimoniale. La distinzione è sottile e tuttavia fa sì che luterani e zwingliani non trovino mai un solido e permanente terreno d'accordo.
Sotto la guida di Zwingli, il Consiglio cittadino accetta di fare di Zurigo una sorta di città santa, in cui politica e religione si fondono inestricabilmente; e ciò per convinzione, certo, ma anche per uno schietto calcolo politico, perchè i notabili cittadini vedono nella Riforma un'occasione per aumentare il proprio potere a spese dell'autorità ecclesiastica: il Consiglio comincia così a nominare i predicatori, istituisce un tribunale matrimoniale ed emana dei regolamenti per il controllo della morale pubblica.
La Riforma zurighese, però, rompe l'unità della Confederazione svizzera. Nel 1528 Zwingli tenta di costruire una Lega delle città e dei cantoni riformati che comprende ovviamente Zurigo e poi Berna, Basilea, Costanza, Biel, Mùlhausen, Sciaffusa, San Gallo e, dal 1530, Strasburgo: ma l'alleanza non è compatta nè forte militarmente. Molto più determinata è la cattolica Lega dei cinque cantoni (Lucerna, Uri, Schwyz, Unterwalden e Zug), che nell'ottobre del 1531 attacca Zurigo. I riformati sono sconfitti; il corpo di Zwingli - che ha guidato le milizie cittadine - viene trovato sul campo di battaglia senza vita dai nemici, e da costoro viene squartato e bruciato.
Ciò nonostante, però, i vincitori non infieriscono su Zurigo: infatti i contendenti sottoscrivono un trattato di pace che riconosce a ciascun cantone svizzero il diritto di decidere in materia di fede; e sino alla fine del XVII secolo sarà sulle base di questo trattato che verranno disciplinati i rapporti tra i cantoni riformati e quelli cattolici.
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martedì 17 gennaio 2012
lunedì 21 novembre 2011
La spedizione di Luigi XII, la Lega di Cambrai e dalla Lega santa alla pace di Noyon
Oggi durante l'ora di storia abbiamo letto le pagine relative alla spedizione di Luigi XII, la lega di Cambrai e gli avvenimenti dalla Lega santa alla pace di Noyon.
La spedizione di Luigi XII:
sul trono di Francia a Carlo VIII (che muore nel 1498) succede Luigi XII (1498-1515), che decide di seguire la politica italiana del predecessore, organizzando una nuova spedizione militare nella penisola per rivendicare, con un nuovo pretesto dinastico (la parentela con i Visconti, antichi signori della città), anche Milano, oltre che Napoli. La conquista di Milano e lo spodestamento di Ludovico il Moro sono operazioni compiute con grande facilità nell'autunno del 1499.
Dopodichè Luigi XII passa a occuparsi di Napoli.
Memore dell'insuccesso di Carlo VIII, prepara la spedizione con un accordo diplomatico preliminare, stipulato in segreto col re di Spagna, Ferdinando d'Aragona, nel 1500: il trattato di Granada, che prevede una spartizione del Regno di Napoli tra Francia e Spagna; ma una volta avviata la spedizione, e facilmente abbattuta la dinastia aragonese napoletana, sorgono i disaccordi tra i due contraenti del trattato e la spedizione si trasforma in una guerra tra Francia e Spagna, da cui nel 1503 emerge vincitore l'esercito spagnolo; con l'armistizio di Lione (1504), che chiude questa guerra, il Regno di Napoli viene assegnato alla Spagna, mentre la Francia continua a controllare il Ducato di Milano.
La lega di Cambrai:
nel 1503 muore Alessandro VI e con l'elezione di un nuovo pontefice Giulio II della Rovere (1503-13), crolla l'abbozzo di Stato che il figlio di Alessandro VI, Cesare Borgia, detto il Valentino (1475 ca.-1507), era riuscito a costruirsi tra il 1499 e il 1503, con l'appoggio del padre, in un'area piuttosto vasta, compresa tra le Marche e la Romagna. Il dominio del Borgia viene attaccato da due parti: da Venezia e dallo Stato pontificio.
L'impressione di una eccessiva capacità di espansione di Venezia e, al tempo stesso, il desiderio coltivato dall'imperatore Massimiliano I di espandere i possedimenti asburgi verso il Veneto fanno sì che nel 1508 si costituisca la Lega di Cambrai: diretta contro Venezia, a essa partecipano, oltre che l'imperatore Massimiliano e papa Giulio II, anche il re di Francia - Luigi XII, e il re di Spagna - Ferdinando. Soverchiato da forze militari preponderanti, l'esercito della Repubblica di Venezia viene sbaragliato ad Agnadello nel 1509. Quando la dissoluzione della repubblica sembra inevitabile, a salvarla provvede la tenace resistenza delle popolazioni rurali e dei ceti popolari urbani, che rendono difficile il movimento delle truppe della Lega; al tempo stesso l'efficace azione diplomatica del governo veneziano riesce ad aprire dei contrasti tra gli attaccanti, cosicchè si arriva a un accordo che salva l'integrità della repubblica, pur privandola delle terre e dei porti che si era assicurata nelle Romagne, nel Polesine e in Puglia.
Dalla Lega santa alla pace di Noyon:
conclusa la pace con Venezia, per iniziativa del papa Giulio II si forma una diversa alleanza in funzione antifrancese: si tratta della Lega santa, alla quale partecipano Venezia, l'Inghilterra la Spagna, la Confederazione svizzera. Nel 1512 la Lega costringe i francesi ad abbandonare Milano, dove viene ricondotto come duca Massimiliano Sforza (1512-30), figlio di Ludovico il Moro.
Intanto a Firenze l'esercito spagnolo chiude l'esperienza del governo repubblicano e reimpone il dominio mediceo. Nel 1513 muore Giulio II; il nuovo pontefice è il secondo-genito di Lorenzo il Magnifico, cioè Giovanni de' Medici, che assume il nome di Leone X (1513-21); il potere dei Medici è completato dalla nomina ad arcivescovo di Firenze del cardinale Giulio de' Medici (1523-34), cugino di Giovanni (e destinato anch'egli a un futuro da papa, col nome di Clemente VII).
In Francia, alla morte di Luigi XII, avvenuta nel 1515, gli succede Francese I (1515-47), che in quello stesso anno tenta ancora una volta la via della spedizione italiana per riprendersi Milano: dopo una buona preparazione militare, il suo esercito - che vanta una dotazione di ben 100.000 uomini - sconfigge a Marginano l'esercito organizzato da Spagna, Impero Impero e Ducato di Milano, il suo cuore è costituito dalla fanteria svizzera, e in tal modo si impadronisce di nuovo del Ducato di Milano. L'anno seguente (1516) il re di Francia stipula con le maggiori potenze dell'epoca (Spagna, Impero, Confederazione elvetica, Stato pontificio) la pace di Noyon, con la quale riconosce alla Francia il possesso del Milanese e alla Spagna il possesso del Regno di Napoli.
lunedì 14 novembre 2011
La spedizione di Carlo VIII
Oggi durante l'ora di storia abbiamo letto la pagina relativa alla spedizione di Carlo VIII
Carlo VIII si muove nel settembre del 1494, entrando prima a Milano e poi - nel suo movimento verso Napoli - a Firenze. Qui, dopo la morte di Lorenzo il Magnifico, l'egemonia politica è passata al figlio di costui, Piero de' Medici (1492-1503), che non fa il minimo gesto per opporsi all'avanzata dell'esercito francese: la scelta gli è dettata dalla preoccupazione che una guerra contro quello che - all'epoca - si presenta come uno dei più potenti eserciti del mondo possa mettere in pericolo la sua autorità politica, già piuttosto incerta.
Carlo VIII. abbandonata la Toscana, si muove rapidamente verso sud e nel febbraio del 1495 occupa Napoli con grande felicità; il nuovo re di Napoli, Ferdinando II d'Aragona (195-96), fugge con la corte in Sicilia. A questo punto, il facile successo francese rischia di dilagare e suscita preoccupazioni in Italia e fuori d'Italia, cosicchè si forma una Lega antifrancese, che comprende Venezia, Ludovico il Moro (ormai duca di Milano dopo la morte di Gian Galeazzo, avvenuta nel 1494), il papa (Alessandro VI Borgia), Massimiliano d'Asburgo, Ferdinando e Isabella di Spagna. Carlo VIII deve abbandonare Napoli per ricondurre il suo esercito in Francia, cosa che gli riesce, dopo aver facilmente battuto a Fornovo, nel luglio del 1495, le truppe della Lega impegnate nel tentativo di sbarrargli il passo. A Napoli, intanto, si reinsedia Ferdinando II d'Aragona.
lunedì 7 novembre 2011
L'impero ottomano
Oggi durante l'ora di storia abbiamo letto le due pagine relative all'impero ottomano.
L'impero ottomano:
Principato di Mosca, Boemia, Polonia e, soprattutto, Ungheria sono fra gli Stati che abbiamo appena ricordato quelli più esposti all'espansione dei turchi ottomani.
Infatti, dopo la conquista di Costantinopoli, tra la metà del XV secolo e gli anni Venti del XVI, l'avanzata ottomana a ovest e nel Mediterraneo sembra inarrestabile. L'Impero stende il suo dominio sulla Serbia, sulla Bosnia, sulla Grecia, sull'Albania, compiendo incursioni e scorrerie nell'Adriatico, fino a Venezia e al Friuli. Tra 1516 e 1517 le truppe ottomane occupano Siria ed Egitto; e ciò significa controllare anche l'accesso alla Mecca e a Medina, luoghi santi dell'islam. Pirati turchi si insediano a Tripoli, a Tunisi, in Algeria, costituendovi avamposti per l'ulteriore espansione dell'Impero.
Ma successi non meno spettacolari sono quelli conseguiti da Solimano il Magnifico (1520-66), che nel 1520 succede al padre Selìm alla guida dell'Impero. Nel 1522 conquista Rodi, cacciando dall'isola i cavalieri dell'ordine di S. Giovanni, che vi si erano insediati sin dal 1310: si tratta di un avamposto importante per l'ulteriore espansione nell'Egeo. Intanto nel 1521 Solimano ha già conquistato Belgrado e ha mandato ambasciatori a Buda a chiedere dei tributi; avendo ricevuto un netto rifiuto da re Luigi di Ungheria decide di attaccarne il regno: la vera offensiva ha luogo nel 1526, e culmina con la battaglia di Mohàcs, nella quale l'esercito di re Luigi viene travolto e lui stesso vi resta ucciso.
L'episodio ha un duplice rilievo: da un lato - come si è visto - la morte di Luigi apre la strada alla successione asburgica sui troni di Boemia e Ungheria; dall'altro una parte cospicua del territorio del Regno di Ungheria viene persa ed entra a far parte del dominio ottomano.
I turchi, adesso, avanzano verso il cuore dell'Europa e nel 1529 pongono sotto assedio Vienna.
lunedì 17 ottobre 2011
La Boemia
Oggi durante l'ora di storia abbiamo ripassato ciò che era stato spiegato l'altra volta (cliccate qui per leggere il post).
La nuova spiegazione che è stata esposta durante l'ora è la Boemia.
Nel decenni seguenti le idee di Wyclif continuano a trovare qua e là, in Inghilterra, sporadici seguaci: ma è altrove, nel continente europeo, e precisamente in Boemia, che le sue idee incontrano un interprete capace di esercitare una grande influenza, Jan Hus.
Costui nasce nella Boemia meridionale nel 1369. Dopo aver concluso nel 1396 i suoi studi all'Università di Praga, nel 1400 viene ordinato prete e nel 1402 diventa rettore della stessa Università. Molto critico nei confronti della dissolutezza morale di numerosi ecclesiastici che, vivendo nel peccato, gli sembrano indegni di svolgere il loro compito pastorale, Hus trova negli scritti di Wyclif le indicazioni teoriche e teologiche che possono sostenere queste sue convinzioni. Si impiega quindi in un'opera di predicazione e di elaborazione concettuale a favore di una profonda riforma morale della Chiesa, mentre traduce anche qualche opera di Wyclif in ceco. Le sue posizioni gli valgono un certo numero di seguaci, sia all'interno dell'Università di Praga, sia nella società boema, ma gli costano anche - sin dal 1410 - ripetute scomuniche che, tuttavia, non fermano la sua attività di predicazione e di insegnamento.
Sul finire del 1414 Hus accetta l'invito a partecipare al concilio di Costanza per difendersi personalmente dalle accuse di eresia che avevano cominciato a esser rivolte contro i suoi scritti e le sue parole. La scelta non si rivela felice: giunto a Costanza, viene arrestato, sottoposto a un processo, riconosciuto eretico e condannato al rogo, su cui viene bruciato il 6 luglio 1415.
Durante la sfortunata partecipazione al concilio di Costanza, uno dei suoi seguaci a Praga, interpretando alla lettera una descrizione contenuta nel Nuovo Testamento, comincia a sostenere la necessità che la comunione sia impartita ai fedeli sotto le specie del pane e del vino, soluzione fin allora riservata solo agli ecclesiastici. Hus, dopo un'iniziale incertezza, si dichiara favorevole alla cosa; sicchè la teoria utraquista (che vuole cioè che entrambe le specie, il pane e il vino, siano impartite ai fedeli durante la comunione diventa il tratto distintivo degli hussiti.
La diffusione delle nuove teorie in Boemia diventa rapidamente imponente, conquistandosi anche il sostegno di un buon numero di membri della minore nobiltà. Sia nella città di Praga sia in una vasta area circostante gli hussiti, che pare non si considerano eretici, nè esterni alla Chiesa di Roma, cominciano a cacciare dalle chiese i preti che non vogliono aderire alla teoria utraquista e li rimpiazzano con altri favorevoli. Ben presto gesti così radicali provocano uno scontro senza possibilità di mediazione tra le autorità ecclesiastiche e i sostenitori della teoria utraquista.
Il conflitto finisce per assumere anche un netto profilo socio-politico: a difesa dell'ortodossia cattolica si schierano i vescovi, il re di Boemia (Venceslao e poi suo fratello Sigismondo, imperatore del Sacro romano impero che, alla morte di Venceslao - avvenuta nel 1419 -, eredita la corona di Boemia), la nobiltà maggiore, la comunità tedesca presente a Praga e in altre aree della Boemia e una parte della popolazione; sull'altro fronte, oltre a un buon numero di membri della nobiltà minore, di docenti dell'università, di preti utraquisti e di artigiani delle città, milita anche un numero crescente di contadini delle aree rurali che circolano Praga.
All'inizio la fortuna arride ai ribelli hussisti, i quali conseguono importanti successi militari sugli eserciti inviati dall'imperatore Sigismondo e dal papa Martino V. Successivamente all'interno del movimento interviene una spaccatura tra l'ala radicale - i taboriti (dal nome del biblico Monte Tabor) -, che insieme con la riforma religiosa reclama anche un rinnovamento della società su basi egualitarie, e l'ala più moderata, interessata a mantenere l'ordine gerarchico tradizionale. E così, nello stesso tempo in cui gli hussisti si difendono congiuntamente dalle milizie imperiali, combattono anche sanguinosissime guerre interne, che comportano esecuzioni, razzie, violenze di ogni tipo.
Questa lunga fase conflittuale trova una conclusione tra il 1431 e il 1436: in questi anni gli hussisti moderati si impongono sui gruppi più radicali; dopo laboriosissime trattative, i fondamenti della fede utraquista vengono riconosciuti dal concilio di Basilea, che ammette gli hussisti come membri della Chiesa, allo stesso titolo egli ortodossi; in cambio gli hussisti, che controllano il territorio boemo, riconoscono all'imperatore Sigismondo il titolo di re di Boemia.
Nonostante tutto, dunque, il nuovo linguaggio del radicalismo spirituale/politico/sociale continua a vivere e in breve tempo troverà altre menti e altri cuori pronti ad accoglierlo, ben al di là dell'angolo di Europa nel quale si è sviluppata la tormentata esperienza hussista.
martedì 11 ottobre 2011
La prima fase delle rivolte
Oggi durante l'ora di storia abbiamo letto le pagine sulla prima fase delle rivolte.
Almeno fino ad oggi negli anni Ottanta del XIV secolo, però, questa confusione di linguaggi non è così evidente. Nelle rivolte che scuotono le Fiandre, la Francia, la Francia, l'Italia gli obiettivi sono di natura più immediatamente sociale e politica, e il rinvio alla spiritualità cristiana è piuttosto allusivo, quando non manca del tutto.
Le Fiandre:
è una fase, questa iniziale, nella quale le Fiandre si distinguono per una speciale irrequietezza. Nel 1323 l'imposizione di nuove tasse considerate eccessive spinge contadini e artigiani dei villaggi fiamminghi a una rivolta che dura cinque anni, coinvolgendo anche le città di Bruges e Ypres. In seguito, sono gli effetti congiunti della guerra dei Cent'anni e della depressione economica conseguente alla crisi demografica che riaccedono le tensioni, spingendo più volte, dal 1338 al 1345, e poi di nuovo dal 1377 al 1383, i cittadini di Gent ed di altre città alla rivolta, ora contro il conte, ora contro il re di Francia, di cui le Fiandre sono un feudo, ora contro i contadini che - in campagna - cercano di lavorare la lana a costi più bassi di quelli previsti dalle corporazioni artigiane cittadine.
La Francia:
intanto anche la Francia è investita da una rivolta (chiamata jacquerie, dal tipico soprannome del contadino francese: Jacques Bonhomme) che appare - a molti - assolutamente inaudita per la brutalità e la violenza che la caratterizza. Siamo all'inizio dell'estate del 1358: la guerra con l'Inghilterra è in corso da ventun anni. Il re Giovanni è stato catturato con due anni prima dagli inglesi, nella battaglia di Poitiers, e per far fronte alla situazione il reggente intensifica il reclutamento di uomini, mentre si chiedono nuove tasse e nuove prestazioni di lavoro ai contadini.
A costoro la misura sembra colma: la ribellione ha inizio nel Beauvaisis e si diffonde ad altre aree, trovando perfino appoggio presso le corporazioni mercantili parigine che, guidate dal loro capo, Ètienne Marcel, cercano di conquistarsi uno spazio maggiore nel governo della città e del regno; la sommossa rurale dura poco ma è costellata di episodi di brutale degradazione dei potenti, dei loro corpi, dei loro beni, a cui i nobili francesi rispondono organizzandosi e mettendo in atto una repressione spietata che provoca all'incirca 20.000 morti come narra Jean Froissart nelle sue Cronache. Poco più tardi anche Ètienne Marcel viene assassinato e le ambizioni dei borghesi parigini vengono messe a tacere.
L'Italia:
passano quindici-vent'anni e un'altra sanguinosa esplosione di rabbia scoppia in Italia. Questa volta la ribellione non nasce in campagna ma in città, e alla città resta circoscritta. E' il cosiddetto popolo minuto di artigiani e operai che si ribella, prima a Perugia e a Siena, nel 1371 , poi, molto più gravemente, a Firenze, nel 1378.
All'epoca Firenze è sede di numerosi laboratori che producono tessuti di lana (sono poco meno di 300 e vi lavorano all'incirca 10.000 operai). I mastri artigiani, proprietari dei laboratori produttivi, hanno diritto, insieme con mercati e artigiani di altri settori, di esprimere una loro rappresentanza al governo della città. Invece gli operai del settore laniero - chiamati ciompi, un termine dall'origine etimologica incerta - non sono organizzati in alcuna corporazione e quindi non hanno il diritto di partecipare alla vita cittadina; per questo motivo sono anche esposti a condizioni di lavoro particolarmente pesanti.
Nell'estate del 1378 i ciompi chiedono la costituzione di una propria corporazione che li tuteli e permetta loro una più diretta partecipazione alla vita politica cittadina: accogliere la loro richiesta significa democratizzare in modo piuttosto radicale l'accesso alle cariche politiche, il che, alla fine, spaventa tanto i più ricchi mercanti, quanto i padroni delle botteghe laniere, quanto i membri di altre corporazioni minori.
Costoro hanno buoni motivi per temere, poichè alla fine di luglio i ciompi riescono a imporre la costituzione di tre nuove corporazioni, di cui una per la loro categoria, la più numerosa di tutte, e altre due per i tintori e per i sarti, guadagnandosi in tal modo l'accesso alle cariche nel quadro di un nuovo ordinamento politico, molto più democratico del precedente.
Lo scontro ora si fa più duro; per reagire alla riforma politica imposta dai loro operai i maestri artigiani dichiarano la serrata, cioè la chiusura delle botteghe, lasciandoli senza lavoro e senza paga. La protesta dei ciompi diventa più veemente, fino a che, alla fine di agosto, allarmati dalla loro aggressività e dalla loro disperazione, anche gli artigiani degli altri settori si uniscono ai grandi mercanti e alle milizie cittadine nel reprimere, armi alla mano, la rivolta, che viene soffocata nel sangue. La corporazione dei ciompi viene subito sciolta.
Le tensioni continuano ancora per alcuni anni, fino a che, nel 1382, vengono definitivamente abolite anche le altre due corporazioni di nuova istituzione, per tornare alla organizzazione socio-politica precedente al 1378.
lunedì 10 ottobre 2011
Ribelli ed eretici
Oggi durante l'ora di storia l'insegnante ha spiegato i ribelli ed eretici.
In certi momenti la violenza diventa collettiva - e al tempo stesso - dichiaratamente eversiva. Certo, le rivolte non sono infrequenti neppure nei secoli precedenti: ma nel tardo Medioevo sono particolarmente numerose e devastanti, poichè esprimono un disagio sociale disperato e cupo che non riesce a trovare altri modi possibili per manifestarsi. Le razzie e le distruzioni delle guerre legittime, la pressione fiscale causata dalle esigenze della guerra, le carestia, la peste, la crisi economica che ne consegue, lo sfruttamento dei contadini nelle campagne e degli operai nei laboratori artigianali delle città sono tutti fattori che convergono e si sovrappongono nello spiegare questo ripetersi di scoppi di violenza sociale e politica.
Ma col trascorrere dei decenni si delinea una nuova tendenza: ancora più chiaramente di quanto non fosse accaduto in precedenza, i ribelli prendono infatti a parlare il linguaggio delle Sacre Scritture, cosicchè le inquietudini sociali e quelle spirituali si fondono in un'unica esperienza di eterodossia religiosa e socio-politica.
Come mai si opera questa sovrapposizione?
Nella cultura medievale - così dominata dal senso del soprannaturale - non è certo insolito che questioni politiche siano lette e interpretate sulla base dei valori cristiani. E d'altro canto, più volte, nei secoli precedenti, si sono formate e diffuse correnti critiche nei confronti dei consumi della Chiesa e degli ecclesiastici, che il papa con l'aiuto delle autorità laiche aveva saputo fronteggiare, a volte con inusitato vigore. Ma ora la crisi che squassa il Papato per tutto il periodo che va dai primi del XIV secolo alla fine dello scisma d'Occidente apre nuovi spazi per la manifestazione e la diffusione di opinioni eterodosse, sollecitate anche da tutta una serie di comportamenti di singoli ecclesiastici che sembrano allontanarsi moltissimo dalla semplicità e di giustizia sociale si incontrano. Ne nascono un linguaggio e una pratica nuovi, che fondono rigorismo etico, radicalismo sociale e purismo religioso, inaugurando un modello che sarà ricordato e molte volte rivissuto da numerose generazioni a venire.
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